1 giugno – Giornata mondiale dei genitori

19 aprile – Giornata Mondiale della Biodanza
Aprile 19, 2021

1 Giugno – Giornata mondiale dei genitori

di Francesca Perreca

 

C’è un libro che, nella mia avventura di mamma adottiva, mi ha aiutata a capire cosa avrei affrontato nel momento in cui sarebbero entrati nella mia vita i miei tre splendidi figli etiopi, “La memoria impossibile” di Emilia Marasco. Forse perché racconta la storia vera di un’adozione etiope anch’essa. Forse, ed è più probabile, perché, racconta de “i non detti” di quei figli arrivati da una terra tanto generosa e ricca di vita come l’Africa, quanto a volte avara di tutto per i suoi bambini.

In quei “non detti” si racchiude tutta la “paura e speranza” di noi genitori adottivi. Paura e speranza che si mescolano insieme generando un garbuglio emotivo tale che trovare il famoso ago nell’altrettanto famoso pagliaio risulta quasi un gioco di rapida soluzione.

La paura di non essere all’altezza, di non riuscire a comprendere (letteralmente prendere dentro di noi) questi figli amatissimi venuti da lontano, di non arrivare al loro cuore. La speranza, l’aspettativa, a volte quasi caparbia, di farcela, di essere in grado di riuscire a interpretare quei “non detti”.

Quel timore che si è insinuato sottile dentro di me come un rivolo d’acqua freddo come il ghiaccio, quando ho letto il libro, è emerso prepotente quando ho incontrato per la prima volta gli occhi fieri, coraggiosi, dei miei figli e lì ho capito davvero.

C’è una zona del loro cuore, della loro mente, della loro memoria cellulare che, a noi genitori adottivi, resta inaccessibile. È un “Altrove” che non ci appartiene né ci apparterrà. La zona dei “non detti”. La zona di una memoria lontana, a noi preclusa.

Ho capito, allora, che né la paura né la speranza sono strumenti utili per accogliere dentro di noi, e accettare, questa semplice realtà. Una realtà che ci può creare inquietudini e rispolverare a tradimento, dopo anni, quel senso di inadeguatezza e di impotenza che con tanto impegno abbiamo cercato di neutralizzare.

Così, accade, che in un periodo così emotivamente e fisicamente limitante come quello vissuto in questo anno, in cui ciascuno ha potuto scoprire, o riscoprire, il significato reale del temine “pandemia”, quei “non detti” divengono assordanti, prepotenti nel loro infilarsi in ogni angolo del nostro quotidiano, ingombranti e impietosi nel loro ricordarci la loro esistenza.

E tu genitore, che cosa puoi fare? Come puoi instaurare un dialogo aperto e sincero con quei “non detti”? con quei silenzi incombenti che a volte si manifestano nei gesti di rabbia, nelle spalle incurvate, nello sguardo perso, nei sorrisi che nascondono paure, negli abbracci improvvisi, nelle giornate ripetitive di solitudini forzate, nelle mute richieste d’aiuto?

Personalmente, ancora non ho una risposta e francamente non credo ci sia. Ognuno di noi ne avrà una. Per quanto mi riguarda, posso solo dire che, una volta attraversati e superati gli strapiombi della paura e le pianure paludose di quella caparbia speranza che avevo nutrito, sono entrata nella regione del silenzio e dell’ascolto. Ascolto di ogni sussurro, di ogni movimento e, soprattutto, del “non detto” per come si manifestava. Ascolto, non interpretazione. Mi sono fermata per ascoltare la voce del loro cuore. Come con la radio, come un tempo si faceva, giravo la manopola per una ricerca continua di sintonizzarmi con il canale giusto per ascoltare quella voce, mettendo da parte la mia. Accogliere, con pudore e rispetto, la ridda di emozioni che vi sono riposte e che questo lungo periodo di lockdown ha stimolato come un potente detonatore.

Adottare in India significa “tenere sulle ginocchia”. Quando erano piccoli e un sogno, un pensiero, un ricordo ingombrante li svegliava di soprassalto e volevano stare sulle mie ginocchia per ore. Uno dopo l’altro, a turno. Ho preso sulle ginocchia i loro “non detti” e li ho abbracciati.

Con pazienza, giorno dopo giorno, mano nella mano, abbiamo camminato insieme nella regione del silenzio ed ho scoperto così una cosa straordinaria.

Sono stati loro a tenermi la mano. Sono stati loro a darmi la possibilità di ascoltare e andare oltre la paura e la speranza. Ho scoperto che la loro resilienza è più forte di quei “non detti”, o forse lo è proprio o anche grazie a questi. Ed è così che ho ritrovato il senso dell’essere un genitore in cammino, insieme a loro.

Il 1° giugno è la giornata mondiale dei genitori, ma noi lo siamo non per volere nostro, perché a un certo punto lo abbiamo voluto, ma perché i nostri figli hanno deciso che potevamo esserlo. Siamo genitori perché siamo stati riconosciuti come tali dai nostri figli. Riconosciuti ed adottati da loro. E questo cambia totalmente la visione delle cose, la ribalta.

Grazie ragazzi. Questa giornata la dedichiamo a voi!

 

Francesca, una mamma adottiva