Adottar-si: il cammino di una famiglia adottiva – 1° incontro del ciclo SI-CoNVERSA

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Adottar-si: il cammino di una famiglia adottiva

1° incontro del ciclo SI-CoNVERSA

a cura di Alessandra Perotta 

 

Si è svolto a Milano, il 27 settembre scorso, il primo incontro SI-CoNVERSA promosso da Associazione Risvegli – Relazioni per il cambiamento.

Tema della serata: Adottar-si, il cammino di una famiglia adottiva.

Ne parliamo con la relatrici: Fiorella La Musta, counselor supervisor – trainer e Presidente dell’Associazione Risvegli, e Francesca Perreca, Counselor a mediazione Corporea e Insegnante di Biodanza.

 

Fiorella, come e con quali finalità nasce l’Associazione Risvegli?

Nasce nel 2015 dall’incontro di diversi professionisti nell’ambito della crescita personale, delle relazioni inter-personali, che condividono i medesimi valori e il desiderio di farsi portatori di una cultura inclusiva che consideri la propria identità in termini di ascolto, cooperazione, intelligenza affettiva e che sia in grado di rispondere ai bisogni emergenti delle persone che si rivolgono ad un counselor professionista.

Quali sono questi bisogni?

Solo per fare alcuni esempi: sono bisogni affettivi, di riconoscimento, di risposta alle aspettative della famiglia, del lavoro, della società…In realtà, però, la maggior parte delle persone che si rivolge a noi non ha ben chiari i propri bisogni, ma arriva con richieste diverse come l’incapacità di affrontare delle paure, delle incertezze e proprio per cercare di instaurare una relazione d’aiuto in grado di supportare i nostri clienti nasce l’Associazione: per promuovere spazi in grado di generare la restituzione di progettualità all’interno della comunità con attenzione e priorità alla crescita umana e alle potenzialità soggettive.

Si-CoNVERSA nasce in questa logica di creazione di spazi di ascolto, condivisione e laboratorio di idee e progetti. Abbiamo creato un ciclo di incontri che copre l’intero arco della vita con diversi relatori e differenti approcci.

 Fiorella, perché dedicare il primo incontro al tema dell’adozione?

Prima di tutto perché è un tema poco dibattuto, in secondo luogo perché è molto idealizzato e non tiene conto dei bisogni che si nascondono dietro al desiderio di diventare genitori adottivi: ferite, riconoscimento, vuoti da colmare, spinta a rispondere a un ruolo precostituito, voglia di rinnovarsi con nuovi progetti e obiettivi, nuovo senso alla vita. Ci sono poi temi che sono quasi veri e propri tabù di cui non si parla come: l’elaborazione del lutto per la mancata genitorialità biologica, la relazione tra coniugi a rischio, la sofferenza reciproca taciuta che crea distanza e separazione, il cambiamento e la depressione post-adozione.

Francesca, tu sei counselor e hai adottato tre bambini: cosa ne dici di partire dalla tua esperienza?

Prima di tutto io dico sempre che non siamo noi, mio marito ed io, ad aver adottato, ma ci siamo adottati perché l’adozione è un incastro, un “patto” che va continuamente rinegoziato. Non è mai “una volta per tutte”, per questo richiede un investimento continuo da parte di tutti: il bambino, i suoi genitori, la famiglia allargata e il sistema sociale in cui sono inseriti. Molto spesso le coppie non ce la fanno a sostenere le difficoltà e l’impegno legato al progetto adottivo, e si separano. Per questo è fondamentale il supporto degli operatori per poter aiutare “a monte” le coppie ad elaborare i bisogni individuali e di coppia per poter evidenziare l’effettiva condivisione e la reale motivazione di questa scelta perché il bambino non può e non deve avere una funzione compensativa e/o riparativa.

Quali sono le differenze tra aspettative che si hanno nei confronti dell’adozione e la realtà che si vive poi nella quotidianità?

Per prima cosa è necessario essere consapevoli del fatto che dietro ad ogni adozione c’è una sofferenza, sia da parte del bambino, sia da parte dei genitori: è necessario che venga esplicitata la spinta egoistica, oltre che un sincero sentimento di dedizione. Sono aspetti che convivono insieme. Riconoscerli e legittimarli aiuta a vedere “la realtà”, fugando così ogni possibilità, concreta, purtroppo, del fallimento adottivo. Occorre, inoltre, che i genitori facciano un passaggio fondamentale: passare dal bambino fantasticato, immaginato a quello reale e riconoscere che si possono manifestare sentimenti di rifiuto verso quel bambino, tanto desiderato, esplicitare la paura e l’angoscia provate nell’incontro e scoprire che sono sentimenti legittimi e condivisibili può aiutare la coppia a non recitare la parte del bravo e buon genitore, vivendo come dentro ad una commedia e dove la verità può essere vissuta come minacciosa.